“il rugby femminile degli altri”: Eddie Jones e quel “rugby (femminile) che deve rimanere ‘di base’ amateur…”

Metti una serata alla Oxford Union, nel tardo giugno, con l’head coach della nazionale inglese che risponde alle domande della platea – formata da studenti di una delle università più esclusive al mondo.

Jones ha parlato per quaranta minuti trattando diversi temi, tra cui quello – piuttosto sentito in tempi recenti anche in Scozia – della convocazione in nazionale di giocatori che non sono nati in Inghilterra ma son diventati eligibili. Jones ha detto che non deve in nessun modo difendere le sue scelte perchè lui si occupa solo di portare risultati per la nazionale e convoca di conseguenza i migliori giocatori disponibili, mentre il compito di sviluppare giocatori spetta alla “development area”. Se la Nazionale vince, il gioco del rugby in Inghilterra attrae interesse ed investimenti. Ha anche pronosticato che Owen Farrell e Billy Vunipola entreranno nel numero dei “greatest of the game”.

Jones dice anche – con una battuta, ma sarebbe comunque interessante vederlo – che se potesse scegliere un altro lavoro vorrebbe essere il manager della nazionale inglese di calcio (“datemi sei mesi e sistemo le cose!” ha detto ridendo) o, forse più seriamente, il DoR di uno dei club di rugby di una prestigiosa scuola privata inglese. C’è anche spazio per sottolineare, ancora una volta, che l’Italia durante il 6 Nations a Twickenham “ha giocato contro lo spirit of the game”

In chiusura, una ragazza chiede a Jones cosa pensa del fatto che il rugby femminile domestico inglese entrerà nel mondo del professionismo in settembre – con il lancio della nuova competizione, il Women’s Super Rugby.

La risposta di Jones – che potete trovare qui sotto fast forwarding al minuto 37:02 – non ci piace neanche un pò.

Perché Jones, nell’anno della Women’s Rugby World Cup con le Red Roses al culmine della loro popolarità e, in generale, con l’intero mondo della palla ovale femminile che sta crescendo esponenzialmente, vorrebbe fermare questo sviluppo chiedendo alle ragazze “di continuare a giocare a rugby perchè è un piacere, non diventando professionisti. Divertitevi, fate bene e poi avrete la possibilità di venir pagate giocando per la nazionale come premio, il professionismo può uccidere il gioco del rugby com’è capitato al mio club (Redwick) in Australia.” Jones propone un “doppio livello” per il rugby femminile, che dev’essere pro solo “ad alto livello” e rimanere “amateur” a livello di base e club. “Se sei bravo e riesci ad attirare pubblico e sponsor, allora è giusto che tu venga pagato.” Ma, vien da dire, se le ragazze non hanno occasione di mettersi in mostra ad un livello superiore, non avranno mai chance di attrarre né pubblico, né sponsor.

Siamo un pò alla storia dell’uovo e della gallina, se non fissiamo un punto di partenza non riusciamo a capire chi nasce prima e chi è conseguenza. Non è detto, sia chiaro, che la Women’s Super Rugby sia LA soluzione, ma perchè non provare? Indietro non si torna più, purtroppo e voglio sottolineare che chi scrive non è per nulla fan del professionismo esasperato che ci sta regalando, negli ultimi anni, scenari piuttosto atipici.

Tour dei Lions svuotati di ogni tipo di romanticismo – ricordate il trattamento riservato a Brian O’Driscoll e i dieci gallesi schierati nell’ultimo test in Australia, oltre a quello successo in NZ con il contingente scozzese? – un torneo celtico che, a caccia disperata di investimenti, viene allargato a franchigie sudafricane e americane (prossimamente sui vostri schermi…), una costante pressione sulla revisione del 6 Nations – chissà quanto a lungo l’Italia riuscirà a tenersi il posto…

Tuttavia, non si può fermare il treno della Storia che sta portando il rugby femminile verso una nuova era.

Eddie Jones, che poco prima aveva ammesso di essere “un professionista, se alleno per esempio la Oxford Uni contro la Sydney Uni (la sua Alma Mater) io voglio che Oxford vinca” si contraddice in chiusura di serata ma solo per marcare – non so, onestamente, quanto l’abbia fatto volutamente – una differenza tra il rugby di club maschile – con l’Aviva Premiership ormai lanciatissima verso il modello fissato dalla Premier League di calcio qualche anno fa – e quello femminile, che secondo Jones dovrebbe essere giocato “per amore dello sport e nel tempo lasciato libero dal lavoro” – fortunatamente, almeno Jones non ha parlato del tempo da dedicare ai figli…

Jones concede che “guardando giocare le ragazze del Sevens alle Olimpiadi ho avuto l’impressione che la loro tecnica fosse superiore a quella degli uomini” ma dice che “va bene avere buoni allenatori e buone strutture per rendere il rugby attraente, ma lasciamolo amateur.”

La domanda che nasce spontanea è: se solo le giocatrici di ambito nazionale vengono pagate – magari solo per le gare che giocano per la nazionale – come fanno le altre a crescere? Tra meno di un mese scatta la WRWC 2017 e tutto il mondo del rugby femminile avrà occasione di mettersi in mostra. A fine luglio, intanto, le ragazze del Sevens scozzese hanno la chance di qualificarsi al torneo più importante di Rugby Europe, passo decisivo sulla strada verso la Sevens World Series.

Il rugby femminile sta correndo, sempre più forte. La speranza è che, soprattutto agli “alti livelli”, lo lascino andare ancora più forte.

Advertisements

One thought on ““il rugby femminile degli altri”: Eddie Jones e quel “rugby (femminile) che deve rimanere ‘di base’ amateur…”

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s