“il 6 Nations degli altri”: O’Shea chiaro, “è tempo di decisioni che daranno fastidio”

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Credit: Ufficio Stampa FIR

BT Murrayfield (Edimburgo) – Al termine della gara contro la Scozia, ultima del 6 Nations 2017, Conor O’Shea e Sergio Parisse si presentano in sala stampa per discutere il match, fare un consuntivo del Torneo e, soprattutto, parlare del futuro che attende il rugby italiano.

E quanto detto, soprattutto dall’head coach, è assolutamente interessante. Qui di seguito riportiamo la conferenza stampa integrale – Parisse risponde a mia specifica domanda.

Conor O’Shea: “È molto difficile giustificare il risultato della gara di oggi, perchè 0-29 non rispecchia l’andamento della partita. Abbiamo avuto diverse occasioni, nel primo tempo e quando ci siamo parlati nell’intervallo ci siamo detti che sullo 0-15 la partita era ancora aperta. Nei primi 10, 15 minuti della ripresa abbiamo dominato il possesso, territorio e occasioni eppure lo sforzo profuso non ci ha permesso di marcare nemmeno un punto. Poi, nel cambio di campo, loro entrano nei nostri 22m e ci troviamo sotto 0-22. Anche per i giocatori è qualcosa difficile da accettare, nonostante sappiamo tutti che dobbiamo concretizzare le occasioni che creiamo; il più grande problema che abbiamo, o meglio uno dei grandi problemi che abbiamo, è la fiducia. Quando spendi energie e non raccogli punti, ti puoi far prendere dallo scoramento. È difficile venire a vincere al Murrayfield, certo, ma sono convinto che oggi, per lunghi tratti, non ci siano state differenze tra noi e loro. Quello che puoi fare è continuare a lavorare duro, ma per far crescere la fiducia nei giocatori devi poter mettere in campo performance ad alto livello. Questo è il nostro compito, nostro e dei club, continuo a credere che il gap tra noi e le altre Nazioni non è così ampio e che possiamo cambiare l’inerzia; anche per questo, ripeto, è difficile accettare il risultato di oggi.

Difficile, adesso, fare un bilancio dell’edizione 2017 del Sei Nazioni; abbiamo molti giocatori giovani e molto potenziale, anch’io ero al mio primo Sei Nazioni e spero che tutti abbiamo imparato qualcosa da cui poter ripartire. Mi ricordo che nel 2015, al suo primo Torneo, anche Vern Cotter aveva chiuso con il ‘whitewash’ e oggi lascia la Scozia in alto. Spero che tra qualche settimana potremo guardare indietro e trovare il positivo, perchè ci sono sempre cose positive. Abbiamo il progetto di cambiare la nostra struttura e vogliamo e dobbiamo dimostrare sul campo di poter cambiare le cose che sono in nostro controllo, senza continuare a focalizzarci su quello che non possiamo cambiare. Io voglio avere successo con questo progetto, e lo voglio ancora di più adesso che quando ho cominciato. Vedo che tutti i ragazzi mettono moltissimo in questa maglia e noi abbiamo bisogno del sostegno di tutti per creare un nuovo ambiente e una base da cui ripartire. Questi ragazzi combattono per la maglia, ma è dura, è molto dura. Il gap non è ampio, ripeto, il problema è trovare fiducia e nella gara di oggi, va detto, non abbiamo molto da cui ripartire.

Il nostro game-plan era creare opportunità? Certo, e l’abbiamo fatto. Non le abbiamo concretizzate, ma le opportunità sono state create. Volevamo marcare una meta utilizzando la maul? Si, e ci siamo quasi riusciti. Volevamo mettere la Scozia in difficoltà e provare a costringerli all’indisciplina restando in inferiorità? Si, e ci siamo riusciti.
In ogni sport, quando sei superiore, devi concretizzare la superiorità. Certo, facile dirlo adesso a mente serena, ma è così. Siamo un gruppo orgoglioso e competitivo, sappiamo cosa dobbiamo fare ma ripeto che dobbiamo sostenere questi ragazzi, dando loro la struttura per poter giocare al meglio; finché non avremo questa struttura, giocheremo sempre contro il pronostico. È difficile da dire, ma non guardiamo il risultato oggi, perchè davvero non rappresenta quanto abbiamo messo in campo.

Siamo tutti qui per cambiare il rugby italiano. Abbiamo visto oggi cosa succede quando una squadra non ha fiducia: crea moltissimo ma non finalizza. Sapevamo che il processo per riportare il rugby italiano al suo posto era lungo, ma in gare come oggi, quando gli sforzi profusi non vengono ripagati, aumenta la frustrazione; una squadra con più fiducia, invece, concretizza quanto crea. Carlo è stato bravissimo dalla piazzola fino ad oggi, le sue percentuali sono state ottime, può capitare una giornata negativa. La speranza è riuscire a fare quanto Cotter ha fatto qui; lavoriamo per arrivare pronti alla prossima Coppa del Mondo, io sono una persona positiva e so dove vogliamo arrivare. 

Vern ha fatto un grande lavoro e ha potuto costruire sul successo dei Glasgow Warriors, un club che aveva svoltato e trovato la strada verso il successo. Ci sono differenze tra i due punti di partenza, ma nulla mi toglie dalla testa la convinzione che arriveremo alla RWC capaci di creare problemi a chiunque come fatto dall’Argentina nel 1999. Se riusciremo a fare ciò, costruendo nel contempo una struttura dietro, avremo raggiunto i nostri obiettivi. Questo è il nostro lavoro. Tutti, in Italia, devono mettersi l’ego in tasca e capire che la Nazionale è la cosa più importante in assoluto, la Nazionale deve venire prima di tutto. Se facciamo quello che dobbiamo fare e lavoriamo tutti per questo, siamo a buon punto. Perché le decisioni che prenderemo daranno fastidio a qualcuno, ma sono da prendere. Non possiamo continuare a fare le stesse cose e sperare che le cose cambino. Guardiamo ad altri Paesi, dove sono state prese decisioni che hanno portato enormi divisioni, molti club famosi non sono, adesso, quelli che erano vent’anni fa, e penso a quanto successo, per esempio, in Scozia e Irlanda.

È difficile, ma è fattibile. Ho visto che c’è potenziale in Italia, nei giocatori, ma per creare la piattaforma giusta da cui ripartire devi investire sui giocatori giusti. La strada è lunga, ma non per i risultati nell’immediato, è lunga perchè vogliamo essere certi di prendere le decisioni giuste.”

Sergio Parisse: “Abbiamo ottenuto gli obiettivi fissati prima del Sei Nazioni? A guardare solo i risultati, difficile trovare qualcosa di positivo perchè abbiamo perso cinque partite. Per quanto riguarda noi giocatori, io da capitano posso dire che ho visto molte cose positive, ogni partita dura ottanta minuti e il nostro problema stata la mancanza di continuità; abbiamo fatto cose buone per quaranta, a volte cinquanta, sessanta minuti, dipende, ma sappiamo che le gare durano ottanta minuti e molto spesso degli errori individuali portano poi tutta la squadra a calare l’intensità e poi a subire.

Per esempio contro la Francia abbiamo sbagliato tanti placcaggi, contro il Galles andiamo a riposo in vantaggio e poi nella ripresa prendiamo tanti calci contro. Individualmente, ognuno dovrà analizzare la propria prestazione nel Torneo; io ne ho giocati tanti, e dopo ognuno mi pongo sempre la domanda se ho fatto bene e dove potevo fare meglio, quali sono gli obiettivi che in futuro mi devo porre per continuare a migliorare. 

Adesso è difficile fare un’analisi lucida, perchè siamo appena usciti dal campo e il risultato può influenzare ogni ragionamento; abbiamo lasciato per strada punti e occasioni, ma a fine primo tempo sono subito andato da Carlo (Canna) a dirgli di non pensare agli errori, che tutto andava bene e che avevamo ancora un tempo. Nel secondo tempo avremmo potuto mettere punti a referto che avrebbero potuto cambiare la nostra gara, quando Conor parla di fiducia intende anche questo. Oggi abbiamo sempre mancato le occasioni che abbiamo creato e mentalmente ti mette in condizioni difficili.

Come detto, ognuno di noi penserà a quanto fatto, Conor e il suo staff giudicherà poi il lavoro messo in campo dal gruppo e le prestazioni dei giocatori, per capire in futuro quali sono gli elementi che meriteranno di vestire questa maglia, quelli che non lo meriteranno e se ci sono giocatori che potranno tornare a far parte di questo gruppo. In questo Sei Nazioni ci sono stati giocatori che hanno preso parte a tutte le partite e che hanno avuto la loro opportunità, spetterà allo staff ora decidere chi farà parte del progetto e chi no.

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